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Chi è il back-paker e perché pochissimi Italiani in questa tribù itinerante e poliglotta? Il back-pack è il grosso zaino che necessita un lungo girovagare lontano dal turismo tradizionale e dalle comodità di casa propria. Dimora ambulante, ormai status simbol, non è l’unico elemento che accomuna questo popolo migrante che condivide itinerari, sogni, abitudini, mode. Aggiungere più tappe possibili al proprio diario di viaggio e sentirsi cittadini del mondo: queste le spinte propulsive dei giovani vagabondi contemporanei. Nuovi esseri mitologici, “mezzi-uomo mezzi-zaino” si spostano solitari o in piccoli gruppi con pullman, treni a chilometraggio, in autostop o con voli economici.

La mania del risparmio fa dell’ostello il luogo deputato delle loro scorribande, nonostante diffusi siano anche i furgoni con vano posteriore adibito a letto (l’intramontabile Volkwagen Typ 2, o Samba bus, in barba agli anni è ancora moda). Dalla mappa degli ostelli si risale agli itinerari privilegiati dai back-packer. L’Australia ne è piena e stupiscono per efficienza, pulizia e prezzi. Una notte nelle dorm-rooms (da 4-8 persone) va dai 12 ai 26 aud, ma un comodo letto non è l’unico vantaggio di cui si usufruisce. Le stanze sono corredate di frigorifero, bagno e televisore comuni. Oltre a spazi ricreativi (pub, biliardi, piscine) sono presenti il deposito bagagli, la lavanderia e una fornita cucina.

Il territorio vasto e diversificato soddisfa il nomadismo del back-packer, il dollaro australiano (0.60 €) l’esigenza al risparmio e il rapporto tra bassa popolazione e risorse del paese rende l’offerta di lavoro tra le più alte al mondo. Il flusso ininterrotto di turismo a basso costo costituisce per l’economia australiana una ricchezza irrinunciabile. Semplice infatti ottenere uno dei visti di soggiorno.

Con Working holiday, Student o Tourist visa il viaggiatore può imparare la lingua e lavorare ridistribuendo la ricchezza nel paese. Con l’opzione fruit-picking, prestando servizio per tre mesi nelle numerose farms, il visto si estende automaticamente a due anni. Il rapporto di simbiosi tra back-packers e Australia spiega l’esplosione del fenomeno, ma non l’assenza di giovani italiani da rimandare alla psicologia nostrana. I registri di ostelli e campeggi indicano il primato di canadesi e australiani, entrambi iniziatori del fenomeno e campioni di semplicità e spirito d’adattamento.

Agli ultimi posti (insieme agli spagnoli) gli italiani famosi, oltre che per la simpatia, la pasta e l’eleganza, anche per un non proprio onorevole primato: peggiori parlatori d’inglese e pigroni per antonomasia. È dunque questo che spinge i “nostri” a ricercare un altro stile di viaggio? Stile ha scovato tra i back-packer di Harvey Bay (Queensland) un raro rappresentante del “bel paese”. Christian, 28 anni: “Siamo storicamente comodoni – ammette - adoro l’Italia ma è innegabile l’innata immobilità, il campanilismo. Non vale per tutti, ma la media non dimostra grande adattabilità in condizioni materiali più “spartane””. L’età media del back-packer, infatti, si aggira tra i 19 e i 25 anni. “I ragazzi vengono qui dopo le superiori o l’università – continua il back packer italiano - In molti paesi gli studi non si trascinano a lungo come da noi, i ragazzi lasciano casa intorno ai 18-20, il nostro “svezzamento” è più tardivo”.

Altro segno distintivo di questa tribù nomade, un braccialetto di gomma gialla con su scritto Let the journey begin un po’ come dire “sono anch’io un back-packer” che, tra l’altro, permette di usufruire, in alcuni ostelli abilitati, di 15 minuti di internet gratuiti. Unica ‘nota dolente’ per i viaggiatori con lo zaino il dover abbandonare gli amici appena conosciuti, causa: un’altra repentina partenza. Il segreto? “Accettare la solitudine come condizione necessaria alla libertà di scelta” parola di back-packer. A cavallo tra passato e presente, tra il mito di un errare antico e le esigenze moderne di un mondo senza confini, il back-packer si consacra pioniere di un paese giovane tutto da scoprire.

Articolo di Giulia Volpe